Verso il superamento dei certificati di origine previdimati

Verso il superamento dei certificati di origine previdimati

Ridurre la platea dei soggetti a cui affidare i certificati previdimati, riservando tale compito soltanto ai doganalisti e ai titolari di luogo approvato, purché già soggetti certificati AEO (operatore economico autorizzato): il loro compito sarebbe quello di svolgere l’istruttoria preliminare, per conto delle Dogane, venendo incontro all’esigenza di mettere a disposizione in tempi rapidi la prova di origine. E’ una delle proposte emerse ieri nell’audizione delle categorie interessate, promossa dal direttore dell’Agenzia delle dogane, Marcello Minenna, per raccogliere un ventaglio di proposte finalizzate al superamento dell’attuale modalità, incentrata sui certificati Eur1 messi a disposizione delle imprese e da queste utilizzate ai fini della prova dell’origine preferenziale dei prodotti, in vista della loro esportazione. Un metodo, secondo alcuni, non del tutto in linea con le previsioni europee e dunque da superare il prima possibile. Obiettivo dell’incontro, come evitare l’annunciato blocco all’export il 21 luglio, data in cui cesserà il sistema di rilascio dei certificati di origine preferenziale previdimati. Molte le proposte pervenute dalle associazioni di categoria rappresentative del commercio estero. Anche a causa della grande preoccupazione dimostrata da un settore così vitale per la ripresa, l’Agenzia delle dogane sembra propendere per una stretta, ma non per la totale cancellazione di tale prassi.

Il problema è che l’obiettivo a cui tendere va in una direzione radicalmente diversa, adottata dai recenti accordi di libero scambio conclusi dall’Unione europea, ossia l’acquisizione, da parte delle imprese, della certificazione di esportatore autorizzato o registrato, che attribuisce il diritto di dichiarare, direttamente su fattura, l’origine preferenziale del prodotto. Una certificazione di grande importanza, in grado di assicurare significativi risparmi di costi e di tempi, fondamentali per chi esporta, ma di cui è in possesso solo una percentuale (in gran parte imprese di medie e grandi dimensioni) dei circa 270.000 esportatori italiani.

Un’altra ipotesi al vaglio dell’Agenzia riguarda la possibilità di snellire le procedure per la concessione dello status di esportatore autorizzato, che attualmente prevedono non soltanto un’istruttoria a distanza ma, anche, un sopralluogo presso l’impresa, di durata variabile su scala nazionale, anche se normalmente contenuta. In tale prospettiva, si segnala la possibilità, da un lato, di individuare un set documentale essenziale, uniforme a livello nazionale, da mettere a disposizione delle Dogane, rimandando poi a una fase successiva la verifica della presenza dei requisiti, ivi compresi anche i controlli in azienda. Dall’altro, la possibilità di interpretare in maniera più estensiva il requisito della regolarità delle operazioni di esportazione, che spesso rappresenta un ostacolo per l’accesso allo status di esportatore autorizzato.

Se l’alternativa ai certificati previdimati non è ancora pronta, di certo vi è attenzione per il grande numero di piccole e medie imprese che potrebbero subire forti rallentamenti nella loro attività, nel caso in cui tale prassi venisse definitivamente superata, senza avere individuato un’alternativa equivalente in termini di rapidità e semplificazione. In questa discussione occorre considerare anche la straordinarietà della fase economica attuale, in cui si osserva un calo di circa il 40% delle esportazioni e la difficoltà di molte imprese, che ancora gestiscono diverse attività in smart working, di avviare significativi cambiamenti, nel modo di gestire la contabilità e la tracciabilità dei componenti impiegati nella produzione.

Sara Armella